DRIFT Linux: prime osservazioni sul nuovo tool forense

Estratti dell’interfaccia desktop di DRIFT
È stata recentemente rilasciata DRIFT Linux, una nuova distribuzione italiana per la Digital Forensics, ideata da Massimiliano Dal Cero e basata su Ubuntu 24.04 LTS (Noble). Il progetto si propone come ambiente operativo pensato per le attività forensi sul campo.
Allo stato attuale, DRIFT è concepita principalmente come sistema live avviabile da chiavetta USB, mentre eventuali soluzioni installabili sono previste per versioni successive. Dalla pagina di download emerge inoltre una struttura già piuttosto chiara del progetto: sono disponibili le varianti DRIFT Fast 2026.01 e DRIFT Fast XS 2026.01, mentre Fast Micro e una versione installabile denominata Paddock risultano annunciate come prossime. Questo lascia intendere una distribuzione pensata non come immagine unica, ma come famiglia di strumenti destinata a differenziarsi in base ai diversi scenari operativi.
Secondo quanto riportato sul sito ufficiale, DRIFT Linux si presenta come un ambiente operativo orientato all’uso sul campo, con particolare attenzione alla preservazione delle evidenze digitali, alla gestione controllata dei dispositivi collegati e alla disponibilità immediata di strumenti utili nelle fasi di acquisizione e prima analisi. Abbiamo avuto modo di testarla nei primi giorni successivi al rilascio: in questo articolo ne riportiamo alcune caratteristiche tecniche, soffermandoci sulle principali fasi operative dei moduli esaminati.
Cos’è una distribuzione Linux forense e perché si usa
Una distribuzione Linux forense è un sistema operativo progettato per svolgere attività di acquisizione e analisi cercando di preservare, per quanto possibile, l’integrità dei dati originali. Spesso viene eseguita in modalità live, ad esempio da chiavetta USB, così da ridurre l’interazione con il sistema oggetto di esame e operare in un ambiente controllato.
A differenza di un sistema operativo generico, una distro forense integra di norma strumenti e accorgimenti pensati per limitare le alterazioni indesiderate: accesso ai supporti in sola lettura, gestione controllata delle connessioni, produzione di log e raccolta tracciabile delle evidenze. Questo approccio riduce il rischio di contaminazione accidentale dei dati e contribuisce a rafforzare l’integrità, la tracciabilità e la verificabilità tecnica delle evidenze digitali.
Le caratteristiche di DRIFT Linux che abbiamo testato
Secure Boot Ready
Un aspetto emerso sin da subito nel corso dei test riguarda la compatibilità con il sistema di protezione Microsoft Secure Boot. DRIFT Linux si presenta infatti come una distribuzione avviabile anche su sistemi con Secure Boot abilitato, senza richiedere la disattivazione dell’opzione nel BIOS/UEFI. Si tratta di una semplificazione operativa concreta, soprattutto quando si interviene su hardware moderno o in contesti aziendali nei quali modificare le impostazioni di sicurezza potrebbe non essere possibile, consentito o comunque opportuno.
Kernel Write Blocker nativo
Uno degli aspetti più interessanti di DRIFT Linux è il kernel write blocker nativo visibile all’interno dell’applicativo DRIFT Mount Manager. La protezione dell’integrità dei dati è infatti gestita a livello kernel: i dispositivi collegati vengono mantenuti in sola lettura per impostazione predefinita fin dalle prime fasi del boot, riducendo al minimo il rischio di alterazioni accidentali dei supporti originali. Qualora sia necessario abilitarne la scrittura, l’operazione richiede comunque un’azione esplicita da parte dell’operatore, accompagnata da un avviso ben visibile come da immagine sottostante:

DRIFT Mount Manager — Kernel Write Blocker ATTIVO con dialog di sblocco
Connection Panel
Il Connection Panel è un’interfaccia grafica dedicata che consente di visualizzare e gestire in modo diretto lo stato dei servizi di rete. Si tratta di una scelta coerente con quanto indicato dal progetto, che presenta la connettività come una componente da attivare consapevolmente, così da ridurre il rischio di interferenze o alterazioni del contesto tecnico durante le attività di acquisizione e analisi iniziale. Dal punto di vista operativo, questa impostazione appare particolarmente utile perché sposta il controllo verso l’operatore: la rete non viene trattata come una funzione sempre attiva in background, ma come un elemento da governare in modo esplicito in base alle esigenze del caso concreto.

Estratto del Connection Panel
Drift Forensics Web Acquire
Tra i moduli più interessanti della distribuzione figura Web Acquire. Automatizza l’intera catena di acquisizione forense di una pagina web: snapshot della configurazione di rete (IP, routing, DNS), traceroute verso host multipli, cattura PCAP del traffico, esportazione SSL Key Log dal browser per la decifratura HTTPS, registrazione schermo sincronizzata in formato MP4, generazione del valore di hash SHA-256 di tutti i file prodotti e marcatura temporale blockchain tramite OpenTimestamps.
Le schermate dei test mostrano un’interfaccia dedicata, denominata Drift Forensics Web Acquire, nella quale compaiono campi strutturati per nome del caso, numero del caso, analista, pagina iniziale e destinazione. L’impressione è quella di un workflow pensato non soltanto per “salvare” una pagina web, ma per documentare in modo più ampio il contesto tecnico dell’attività svolta.

Estratto del pannello Drift Forensics Web Acquire
Al termine dell’attività viene generato automaticamente un report HTML completo, di cui vengono mostrati due estratti immagine:


Estratti del report HTML prodotto a fine acquisizione web
Guymager
Tra gli strumenti inclusi in DRIFT Linux figura Guymager 0.8.13, impiegato per l’acquisizione forense di supporti fisici.
Per procedere, è necessario aprire il software “DRIFT Mount Manager”, individuare il disco di destinazione e disattivarne il blocco in scrittura tramite l’icona del lucchetto posta accanto al nome del supporto. Successivamente, il dispositivo dovrà essere impostato in modalità “RW”, così da renderlo idoneo a ricevere i file prodotti durante l’acquisizione forense.
Di seguito si riportano alcune schermate relative al test effettuato:

Dopo aver selezionato “Procedi”, a schermo vengono indicati il percorso del dispositivo sbloccato in RW (/dev/sdc1) e la destinazione (/media/drift/RIPRISTINO):

Premendo nuovamente su “Procedi”, viene mostrato il percorso di mount del disco, ovvero in “/media/drift/RIPRISTINO”:

Estratti di DRIFT Mount Manager
Prima di avviare l’acquisizione, Guymager consente di compilare i metadati del caso — numero del caso, numero dell’evidenza, nome dell’esaminatore e note — che verranno associati all’immagine forense generata. Il software supporta i formati EWF/Exx e dd, con calcolo dell’hash in MD5, SHA-1 e SHA-256 e verifica finale dell’acquisizione, utile a confermare la corrispondenza bit-per-bit tra il supporto sorgente e la copia prodotta.
Nel campo Image directory, visibile nell’immagine sottostante, è stato indicato il percorso del supporto esterno precedentemente montato in modalità RW tramite DRIFT Mount Manager — in questo caso “/media/drift/RIPRISTINO” — con l’aggiunta della cartella di destinazione “Copia_F2026_TEST” prevista per il salvataggio dell’immagine forense.


Estratto dell’interfaccia di Guymager che mostra il completamento della copia (Finished)
Nel complesso, DRIFT Linux appare come un progetto che prova a coniugare funzioni dedicate e strumenti già noti nelle prassi di acquisizione forense, con un’impostazione orientata al controllo dell’ambiente operativo e alla preservazione delle evidenze. Pur trattandosi di una prima release, le funzionalità osservate nei test consentono già di coglierne alcuni aspetti di interesse.
Per ulteriori informazioni sul progetto, sulle funzionalità disponibili e sulla documentazione tecnica, è possibile consultare il sito ufficiale di DRIFT Linux: driftlinux.org

























